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Pantomima e rimpiattino (4.10) - La “pantomima” è stata una antica e ben collaudata arte di comunicare attraverso ogni sorta di segni convenzionali. La familiarità dei temi trattati, l’emotività dell’azione gestuale e la semplicità dei messaggi ne facevano un tipo di spettacolo universalmente comprensibile ed assai partecipativo. Dai Mimi latini agli Istrioni medievali e poi su fino ai Clowns dei primi circhi europei, sempre coinvolgente e persuasiva risultava la "complicità scenica" degli attori (mimi). Venendo ai giorni nostri constatiamo che la "pantomima" assume sempre più i caratteri di una messinscena finalizzata a distrarre se non ingannare l'incauto spettatore. A cominciare dalle gags di certi personaggi inconsapevoli (?) delle riprese “fuori onda”. Pantomima è quella periodica riproposizione di tematiche politico-sociali trattate secondo una metodica cadenza temporale e senza mai pervenire a concludenti risoluzioni. Le coloriture stilistiche e gestuali del dibattimento hanno lo scopo di dare “attualità” a fattispecie ricorrenti, rese scientemente intricate e talvolta romanzate. E’ una tecnica altresì utilizzata per distrarre da una sgradita trattazione di più stringenti problemi reali. Quando al centro della pantomima sta il personaggio celebre, momento clou e chiave di consenso è l’esibizione di un pronunciamento, in stile epigrammatico, che colpisca ed impressioni come sintesi fulminante. Di fronte ad una veemente proposizione di apodittiche sentenze sul “cosa fare” non resta spazio per chiedere il “perché” ed il “come fare cosa”. Punto di forza dell’attuale pantomima mediatica è proprio la capacità di avvalorare la “veridicità” di quanto rappresentato senza entrare nel merito di quanto argomentato. D'altra parte anche le normali relazioni quotidiane sono sovente contrassegnate da un'analoga tecnica di dissimulazione della realtà. Una tecnica che ci richiama alla mente il gioco del “rimpiattino”. Nel rimpiattino il giocatore che “sta sotto” deve toccare gli altri contendenti per catturarli. Non è sufficiente riuscire a individuarli. Ecco allora che si crea uno spirito di solidarietà tra i giocatori rimpiattati che sfidano il “cacciatore” avvicinandosi a turno e facendosi beffe dei suoi sforzi per raggiungerli. Insuperabile applicazione del rimpiattino è fornita da certi Call Center di Società ed Enti preposti a dare aiuto ed assistenza al cittadino-cliente. Superati gli immancabili jingles, i messaggi promozionali ed una serie di indicazioni orientative, se non cade la linea, arriva la voce dell’operatore. Un passaggio che può segnare l'inizio di una catena di rimpalli tra più soggetti pronti a confessare candidamente la propria incompetenza. Altrettanto se non più defatigante può rivelarsi quel rimpiattino a cui si può andare incontro nell’adempimento delle pratiche burocratiche. Inspirate da tale gioco sembrano altresì certe decisioni adottate dagli Organi competenti per la risoluzione di complessi problemi sociali. Nella maggior parte dei casi si preferisce contenere, congelare e/o rimuovere gli aspetti più eclatanti e contingenti di una situazione, prescindendo da una attenta e compiuta valutazione dei conseguenti effetti. Emblematica è quella modalità di “gestione del territorio" orientata a dissuadere ed allontanare i soggetti non omologhi alla comunità locale. Sa pure di rimpiattino l’opacità delle Autorità internazionali nella gestione di capitali “sommersi” e flussi finanziari ad alto rischio. Non c’è aria di spettacolo o spirito di gioco quando va in scena l’accoppiata di pantomima e rimpiattino.

 
 

Parola e merito (3.10) - Con l’avvento di talk-show e reality, di blogger ed altri social network la “parola” sembra perdere sempre più di consistenza e di valore. Verba volant ... Così dicevano i latini per indicare che le parole servono a muovere ed a far circolare i messaggi. Un messaggio è fatto di più parole, ma ci sono parole che da sole valgono un intero messaggio. Parole da usare sempre con attenzione e cautela così da non distorcerne il senso e vanificarne il portato. Altrimenti diventano delle parole “fallaci” con le quali è possibile disorientare e perfino ingannare chi le ascolta. Preservare il significato proprio, nonchè il valore etico di parole come giustizia, responsabilità, onestà, famiglia, amicizia, ecc. è un atto essenziale per la tenuta del tessuto sociale. Sono le parole che suggellano il modo condiviso di appartenere ad una comunità adottandone le regole di convivenza. Pari considerazione è altresì dovuta al corretto “uso” di parole che assumono rilevanza sociale. Non sono passati molti anni da quando la “parola data” valeva quanto l'atto sottoscritto. Era un impegno formale a cui non era ammesso sottrarsi pena l’essere additati a pubblica esecrazione. Ancora vivo è il ricordo del gesto perentorio del “sensale” che solleva e spacca la stretta di mano di due contraenti a suggello di una compravendita conclusa sulla “parola data”. Al contrario, se torniamo all’attualità, è dato comune registrare il significato mistificatorio di parole a forte impatto sociale. Emblematica appare l’interpretazione più ricorrente del termine “successo”. Come e quando si arriva al successo? Stando ai contenuti proposti dai mezzi di comunicazione più frequentati si direbbe che il successo (inteso come notorietà) è il frutto scontato di una plateale “ostentazione” di capacità istrioniche e richiami sessuali. In molti casi il livello di notorietà conseguito dai “protagonisti” dipende in toto dalla carica emozionale ed innovativa del contesto (format) creato dagli autori. Marcello Marchesi, l'indimenticato autore di slogan (Carosello) e battute satiriche, già allo inizio degli anni ‘70 osò affermare: lo scandalo fa successo. Ecco che in una società impostata sui consumi di massa la mercificazione di caratteri esteriori, eccessivi e magari trasgressivi può diventare strumento e modello di successo. Tuttavia, misurata in termini di “autorealizzazione”, questa è una formula di notorietà che presenta evidenti lacune. A cominciare dall'inconsistenza e mutevolezza di un apprezzamento legato alle attese di un pubblico non solo esigente, ma anche volubile. E' una notorietà non esente da caducità precoce ove non sia sostenuta dalla categoria del “merito”. Il "merito" è la capacità di conseguire dei risultati duraturi nella concretizzazione di aspirazioni e di qualità personali. Risultati riconosciuti e valorizzati anche al di fuori della comunità di diretto riferimento. Il “successo” rappresenta la vera risposta al bisogno di autorealizzazione solo quando è la consacrazione di meriti acquisiti. Nella giostra di effetti speciali che colorano la comunicazione di massa occorre non perdere mai di vista le “matrici” originali di parola e merito.

 
 

Riflessi e riflessioni (1.10) - Risale agli anni ’90 una delle più affascinanti scoperte della neuroscienza: i cosiddetti neuroni specchio. Il sistema specchio si compone di una classe di neuroni individuati, in primis, nella regione parietale frontale inferiore del cervello. Sono loro che svolgono un ruolo primario nel farci comprendere le azioni altrui. E’ stato infatti osservato che in un soggetto gli stessi neuroni specchio si attivano, selettivamente, sia quando è questi a compiere una certa azione (muovere la mano, la bocca, ecc), sia quando la osserva compiere da un soggetto terzo. Tale meccanismo appare fondamentale, nel rapporto con il mondo esterno, per l’apprendimento attraverso l’imitazione e la simulazione del comportamento altrui. Sussiste, ad esempio, la convinzione che il linguaggio umano si sia potuto evolvere tramite l’informazione trasmessa con le prestazioni gestuali. Quella gestualità che il sistema specchio sarebbe stato in grado di recepire ed imitare, poi di comprendere e quindi di codificare ed associare a forme sonore. E’ altresì doveroso precisare che quanto più volte osservato nei “primati” non ha ancora trovato compiuta corrispondenza nell’uomo. Resta ancora da approfondire e da convalidare il ruolo dei neuroni specchio sui processi inerenti il comportamento sociale, cioè il rapporto fra le persone. Da una parte si coltiva la prospettiva che i neuroni specchio saranno per la psicologia (vedi autismo) quello che il DNA è stato per la biologia. Dall’altra si tende a confinare il ruolo preminente dei neuroni specchio alla semplice funzione motoria (l'esecuzione dei gesti) e si attribuisce ad un distinto ed autonomo “sistema cognitivo superiore” la capacità di associare alle azioni significati di valenza sociale (comportamenti). La scoperta dell'esistenza dei neuroni specchio ha comunque portato in luce un aspetto cruciale della nostra dimensione sociale. L'accertato meccanismo relazionale di “specularità” presuppone una “identità” sociale naturale che ci mette in condizione di recepire l'altro come soggetto simile a noi. L’altro condivide con noi le stesse esperienze in quanto ha in comune con noi quegli stessi meccanismi neurali che le sottendono. Sul piano dei comportamenti sociali questa meccanicistica predisposizione ad una “identità” sociale naturale prospetta, per altro verso, dei limiti intrinseci da non sottovalutare. Questa fisiologica capacità di identificarsi con la realtà esterna “più contigua” può rivelarsi fortemente condizionante nello sviluppo dei successivi rapporti con realtà non altrettanto consuete. Il medesimo processo neurale che agevola e consolida il senso di identità e di appartenenza al “gruppo” sociale di estrazione può specularmente innescare meccanismi di “auto-conservazione” tendenti a contrastare la percezione negativa (minaccia) di soggetti estranei e diversi. Un'eventualità che si prospetta come vincolo, se non limite, alle potenzialità cognitive, emozionali e relazionali dell’essere umano. Altra considerazione. Qualsiasi processo meccanicistico, una volta decodificato, risulta assoggettabile a interferenze manipolatorie. Di fronte alla dimensione globale ed invasiva dei moderni mezzi di comunicazione già oggi è difficile “smascherare” i tentativi di condizionamento delle nostre scelte. Tentativi che potrebbero diventare strumenti manipolatori di sicura efficacia in mano a chi fosse in grado di governare il funzionamento del sistema specchio. Che fine farebbe allora il nostro libero arbitrio? Al momento possiamo solo concludere che questa scoperta è foriera di intriganti sviluppi. In attesa dei futuri riflessi abbiamo già sufficienti motivi e materia per più attuali riflessioni.

 
 

T come tenacia (12.09) - La goccia d'acqua che scava la pietra. Il salmone che, per riprodursi, risale le rapide e le cascate spiccando balzi di oltre tre metri. Nell’oroscopo cinese il "drago" simboleggia la sfida al destino e la capacità di raggiungere traguardi difficili partendo da zero. Il corvo assetato della favola di Esopo vola avanti e indietro per riempire di ciottoli un’anfora e riuscire a bere l’acqua ivi contenuta. Per il popolo dei Pellerossa è con la sua tenacia che il castoro insegna come realizzare le opere più difficili. Nelle Filippine il bubalus mindorensis (o tamarro) della isola di Mindoro è assunto ad emblema della tenacia che caratterizza gli abitanti. La tenacia è qualità indispensabile non solo per superare le difficoltà quotidiane e gli immancabili problemi, ma anche per diventare "creativi". Demostene, il grande oratore ateniese, per correggere i suoi marcati difetti di pronuncia, si esercitò a lungo a parlare tenendo dei sassolini in bocca. Dante, il sommo poeta, aveva già nel suo nome (accorciativo di Durante) l’impronta durans di una proverbiale perseveranza. Edison avrebbe provato circa duemila sostanze prima di trovare il filo di carbonio del suo bulbo elettrico. Era il primo a ripetersi: “Se c’è un modo di fare meglio, trovalo”. Giulio Verne, l'indiscusso pioniere della fantascienza, solo dopo quattordici mortificanti tentativi falliti trovò l’apprezzamento dell'editore Hetzel. Perfino nel regolamento della McDonald’s si può leggere che: “Niente al mondo può sostituire la tenacia. Non il talento o il genio, non la sola educazione”. Quanto questa qualità possa incidere nel progredire della conoscenza è testimoniato dal dibattito filosofico tra T.Kuhn (principio della tenacia) e K.Popper, l'assertore della “teoria falsificata” (relativismo scientifico). Kuhn sostiene che è dovere del ricercatore difendere e portare avanti le proprie idee anche quando ci siano delle evidenze contrarie. Nulla esclude che alla fine sia avvalorata la sua verità. Da qui l’invito a guardarsi dalle mezze verità, perché potrebbero essere la metà sbagliata. Samuel Beckett (Nobel della letteratura) mal sopportava le cose lasciate a metà. Così ripeteva: “Avete tentato e avete fallito. Non importa. Tentate ancora. Fallite ancora. Fallite meglio”. Infine, ma non ultime, sono da ricordare le parole di S.Francesco che invitava a cominciare col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, per concludere con: “All’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. Magari l’impossibile resterà impossibile, ma con la tenacia si può ottenere anche ciò che può apparire irraggiungibile o impensabile. Grandi o piccole che siano, in tutte le cose, ogni giorno, oltre alla volontà serve la T come tenacia.

 
 

Pescitudine (11.09) - Al collaudato razionalismo cartesiano del “penso dunque sono” negli ultimi decenni si va sovrapponendo un "relativismo" di stampo moderno orientato ad accreditare l’inesistenza di criteri di coscienza e conoscenza che siano universalmente validi. Dall'asserita impossibilità di acquisire piena consapevolezza della realtà oggettiva discende una sorta di responsabilità attenuata del pensiero e dello agire umano. Complice il dilatarsi degli orizzonti globalizzati ed il moltiplicarsi di realtà virtuali aggregative l’individuo si sente testimone e misura solo del suo io presente. Non ci sono più delle verità assolute da assumere e da condividere come riferimento per la crescita delle relazioni umane. La “società aperta” di K. Popper è aperta a ogni tipo di confutazione ed è chiusa soltanto all’intolleranza. Il consenso della comunità di elezione diviene la unica misura di liceità e di validità (utilità). Diritti, regole di condotta e giudizi di valore, propri del gruppo e dei singoli componenti, sono dettati da una percepita condivisione di specifici bisogni contingenti. E’ questo un processo di pura contaminazione, tra delle posizioni convergenti, che non è fondamento di assolutezza neppure in chiave temporale. Il relativismo è quella corrente di pensiero che fa della “destrutturazione” il principale strumento di persuasione. Tutto appare come lecitamente confutabile. Tutto è quindi soggetto a revisione in forza di "valori" di volta in volta emergenti e di presupposte necessità. Risucchiati in una spirale nichilista gli individui abbandonano la presa dei classici “cardini” etici del vivere civile (stato, famiglia, disciplina di vita, ecc). Il nuovo credo suona come “esisto dunque sono”. Così, con il venir meno di sostanziali parametri oggettivi, il significato dell’essere si riproduce nell’affermazione della sua identità visibile (esistere). Lo stadio successivo è la pescitudine. E’ noto che la memoria dei pesci rossi si esaurisce nel giro di pochi secondi. Dentro la boccia di vetro il pesce rosso inanella un’incessante riscoperta di un habitat artificiale. A parità di oggetto osservato le sue reazioni mutano ad ogni tornata. Accostiamo uno specchio alla superficie della boccia. Il pesce rosso percepisce la sua identità riflessa come un’entità distinta della sua stessa specie. Instaura un rapporto speculare che si rinnova ad ogni passaggio. Pescitudine è la dinamica virtuale di una condizione di vitalità confinata nel relativismo di un isolamento senza prospettiva.

 
 

Avanti con metodo (9.09) - Il ritmo frenetico e talvolta convulso della vita ci induce spesso a privilegiare le soluzioni più facili ed immediate. Grazie alla corteccia pre-frontale anteriore (area 10 Brodmann) il cervello è in grado di svolgere, simultaneamente, più operazioni “in parallelo”. Questo ci consente di eseguire più compiti contemporaneamente. Qualità preziosa per svolgere con efficienza le tante attività semplici e ripetitive. Il problema è che questa modalità “multitasking” funziona a discapito della nostra capacità di attenzione e concentrazione. Cresce infatti, di pari grado, la possibilità di incorrere in errore. I problemi complessi, le cose importanti, vanno affrontati singolarmente, in sequenza e fissando giuste priorità. Sempre. Altrimenti il nostro cervello, del tutto a nostra insaputa, si difenderà adottando le cosiddette scorciatoie euristiche. Oppure incapperà nelle trappole cognitive. Qualche esempio. Classificare una situazione o stimare l’affidabilità di un evento in base alla somiglianza con esperienze fatte è più semplice ed immediato del procedere a specifica analisi e valutazione. Resta più facile il voler credere ad una bugia ben confezionata (framing) che impegnarsi ad accertare la esatta verità. Assumere comportamenti basandosi su analogie, stereotipi o modelli in auge è meno gravoso del cercare le modalità più appropriate. Di norma la paura di perdere ciò che si possiede è due volte più condizionante della prospettiva di un guadagno possibile. Come evitare certi schematismi ingannevoli? La risposta è nel metodo. Non è impegnativo e tanto meno frustrante dotarsi di alcuni essenziali accorgimenti metodologici. Esistono metodi collaudati che possono risultare di grande aiuto per scegliere e decidere in modo lucido e razionale. “A parità di condizioni, la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta” diceva William di Ockham. “Non serve presumere la malizia dove la stupidità basti” consigliava R.J.Hanlon. Ci sono poi le situazioni più complesse. Sono scomponibili e si possono "scandagliare" rispondendo ai ben noti 7 quesiti di Lasswell (chi,cosa,dove,quando,perché,come e quanto). Quando le soluzioni già sperimentate non funzionano quello è il momento di "rompere regole e schemi" e di adattare, combinare, sostituire o eliminare i dati ed i mezzi disponibili. Il metodo migliore sarà sempre quello che produce i risultati voluti anche se viene adottato da un soggetto senza specifica conoscenza ed esperienza (pokajoke).