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Il consenso surrogato (5.10) - Un individuo è anche somma delle sue necessità e delle sue aspettative. Appartenere ad un gruppo è la rinuncia al proprio IO individuale in favore di un NOI collettivo che esalta i fattori di coesione. Come reciprocità, condivisione ed imitazione. Nel passaggio la logica e la razionalità del singolo lascia spazio ad una “coscienza collettiva” in cui prevalgono sentimenti ed emozioni. Neppure il gruppo è tuttavia in grado di dare soluzione a tutte le istanze dei suoi componenti. Serve la figura di un “conduttore” che, cogliendo i bisogni e  i desideri del gruppo, sappia proporsi come “realizzatore”. In una realtà sociale ogni giorno più complessa e convulsa sempre più difficile e sofferto è il momento della scelta. E quando aumenta l’insicurezza o manca il tempo per pensare cresce la "propensione a credere". Più di un secolo fa G.Le Bon, nella sua Psicologia delle Folle, affermava che “gli uomini, riuniti in una folla, si rimettono alla persona che possiede la qualità che ad essi manca”. Una volta cadute le ideologie ottocentesche, con la capacità di penetrazione raggiunta dai mezzi di comunicazione si è realizzata la trasposizione del soggetto “partito” nel soggetto “candidato leader”. Ad un consenso misurato sull’efficacia delle soluzioni proposte e sulla validità dei risultati conseguiti è subentrato il consenso prodotto dal cosiddetto effetto IPS (interazione parasociale). Si tratta della capacità del “candidato leader” di generare sentimenti di affezione e di emulazione. La espressività del volto, la peculiarità del gesto e perfino l’abbigliamento sono gli strumenti di un processo di "fascinazione" mirante ad instaurare un clima di generalizzata acquiescenza, automatica e distratta. Tutto è teatro (asseriva Shakespeare) ed il linguaggio del “mito” ne è la massima espressione. Nel discorso "mitico" l’uso del verbo al futuro ed al condizionale non solo serve ad evitare il raffronto con la realtà, ma non consente neppure di controllare, a posteriori, la validità di quanto prospettato. E’ altresì ben noto che una propaganda efficace deve limitarsi a poche parole d’ordine, ripetute sistematicamente. La bugia, se ripetuta più volte e da più fonti distinte, può trasformarsi gradualmente in una verità. Perfino l’errore, se comune ai molti, può farsi norma di diritto. “Ripetere quello che tutti pensano non è, in politica, un segno d’inferiorità, ma di superiorità” (M.Proust). In una società da tempo assuefatta ad esprimersi ed a partecipare tramite il televoto ed i sondaggi la funzione di “conduttore” si realizza nella cosiddetta "politica del consenso". La persuasione esercitata tramite i mass media si avvale della facoltà di anteporre e di enfatizzare sempre e comunque i caratteri del “carisma”, fino al punto di far percepire come soggetto emarginato anche l’occasionale “dissenziente”. E così il cerchio si chiude. Si comincia con la volontà di partecipare (adesione) alla costruzione di un modello di vita che corrisponda alla sintesi condivisa di comuni necessità ed aspirazioni. Si finisce con l’assenso incondizionato, pena l’emarginazione, a un processo di riconoscimento della superiorità empatica di soggetti degni di fede e di emulazione. In assenza di progetti socio-politici organicamente definiti il "fianco scoperto" di qualsiasi sistema democratico è rappresentato dall’affermarsi di siffatte formule di consenso surrogato.

 
 

Tagliola tributaria (3.10) - I prezzi di beni e servizi sono soggetti ad aumentare nel tempo generando una diminuzione del potere di acquisto della moneta. E’ la cosiddetta inflazione. Rilevare sistematicamente l'indice dei prezzi al consumo (Istat) consente di misurare la variazione del costo della vita ed insieme gli adeguamenti del reddito dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Dopo l’abolizione della scala mobile i Contratti di categoria assumono il tasso d’inflazione programmata a base della rivalutazione dei minimi di retribuzione. La “perequazione automatica” delle pensioni (INPS) è l’analogo meccanismo di aggancio alle variazioni dell’indice dei prezzi al consumo. In entrambi i casi lo scopo è sempre quello di variare nominalmente una quota del reddito percepito affinchè sia conservata nel tempo la capacità di acquistare gli stessi beni e servizi. Il nostro sistema tributario sembra però ignorare la natura e la finalità dei suddetti adeguamenti che vengono trattati come se rappresentassero un "reale incremento" del reddito imponibile. Infatti, oltre all'applicazione dell’aliquota marginale dello scaglione Irpef raggiunto, la perfetta coincidenza con il reddito complessivo percepito comporta altri spiacevoli effetti. Parliamo dell'Assegno per il nucleo familiare che compete al lavoratore dipendente (o pensionato) come prestazione integrativa erogata in rapporto al numero dei componenti, ma anche al reddito complessivo della famiglia. E’ un importo inversamente proporzionale all’ammontare del reddito familiare e che decresce con l’aumentare del reddito stesso. Analogo criterio di calcolo si applica ai fini delle cosiddette Detrazioni fiscali (reddito e familiari a carico). Se aumenta il reddito, diminuisce l’ammontare delle Detrazioni e cresce di conseguenza quanto dovuto all’Erario. Gli aspetti sin qui trattati non hanno la rilevanza ed il “peso” di quella Riforma del Fisco oggi da più parti invocata, ma rappresentano comunque una distorsione immotivata di principi degni di maggior rispetto. Soprattutto se visti nell'ottica di una politica di sostegno alla famiglia. Passiamo ad un esempio concreto. Facciamo l'ipotesi che un aumento contenuto dell’indice dei prezzi al consumo equivalga ad un importo mensile di 20 euro. Prendiamo poi a riferimento un nucleo familiare di 4 componenti in cui solo 1 dei genitori percepisce l’intero reddito. Come previsto, alla parte del reddito annuo che supera i 28.000 euro applichiamo l’aliquota marginale del 38%. Ecco che i 20 euro si riducono a 12,4. Non è finita qui. Vista la ulteriore incidenza negativa su Assegno familiare e Detrazioni, alla fine resterà in tasca alla famiglia meno della metà della somma iniziale. Così l’originario potere di acquisto della famiglia è stato di fatto eroso. Una bassa inflazione tende ad attenuare la percezione immediata del fenomeno. Resta però uno stillicidio che è destinato ad accentuarsi con il progressivo incremento del tasso d’inflazione. Non desti allora meraviglia se, con il passare del tempo, magari a fronte di un’inflazione più marcata o di subentrate esigenze familiari, vedremo crescere anche tra dipendenti e pensionati la "propensione" ad adottare comportamenti non ortodossi in grado di controbilanciare, per altra via, gli effetti di una simile tagliola tributaria.

 
 
Dossier Arroganza (1.10) - Una figura femminile, vestita color verderame e con orecchie d’asina. Tiene stretto sotto il braccio uno splendido pavone e mostra alto l’indice della mano destra. Così raffigurata nell'iconografia medievale la “Arroganza” contraddistingue chi si attribuisce le qualità che non possiede (dice S.Tommaso). Vediamo gli opinionisti tuttologi, assidui frequentatori dei mass media, conquistarsi lo share rivaleggiando in sentenze ed in giudizi perentori. Non mirano ad arricchire il ragionamento, ma a marcare le contrapposizioni e ad infiammare il dibattito. Stesso copione per quegli apodittici enunciati che i replicanti dei vari leader politici diligentemente ci ripropongono a mo’ di mantra. La cosiddetta arroganza culturale è identificabile nel modo enfatico di rappresentare la “frammentarietà” del sapere e di contendersi la “paternità” delle risposte. Come un novello Giano bifronte alterna le forme di un’arcigna veemenza con i ritmi pacati di un’accattivante affabulazione. Gareggia nella padronanza di ogni modalità espressiva atta a favorire il sonno della ragione e tende a costituirsi come una élite portatrice di “rappresentazioni” che non mutano al variare del "contenuto". E’ il sintomo di un autocentrismo autoreferenziale che prescinde dalla ricerca di una verità oggettiva. Configura altresì un "modello di affermazione” improntato sulla trasposizione mediatica di quell’arroganza comportamentale ben presente nei normali rapporti quotidiani. Imporre l’uso della seconda persona nel conversare con soggetti appena conosciuti. Salutare, ogni volta, in modo ostentatamente caloroso (abbracci energici, pacche sulle spalle, ecc). Attirare l’attenzione altrui alzando il tono della voce oppure ricorrendo a locuzioni inusuali (perfino in lingua straniera). Tacitare, con commenti e battute sprezzanti, l’intervento degli altri interlocutori. Questi sono solo alcuni esempi di tentativi di “prevaricazione” dettati dallo insopprimibile impulso di conquistare il centro della scena. Molto più invasiva e temibile diventa l’arroganza quando può contare sulla disponibilità di strumenti di potere. L’arroganza di un potere economico innestata sull’assioma del “tutto ha un prezzo” o quella di un potere istituzionale che subordina ogni sua iniziativa-azione al previo riconoscimento della superiorità di status e ruolo. C’è poi l’arroganza di quei poteri costituiti che, dietro commi, cavilli e chiose, disdegnano la “trasparenza” e la “coerenza”. Come difendersi dall’arroganza? I Tamil dell’isola Mauritius, durante le celebrazioni del Cavadee, per purificarsi da odio, invidia ed arroganza, portano sul petto una decina di aghi appuntiti (vels) infissi a forma di ventaglio. Altre antiche usanze confermano che un colpo di ventaglio sul volto smonta l’arroganza di chi viene colpito. Tradizione popolare giapponese vuole che gli "arroganti" si reincarnino nei Tengu. Sono dei fantastici uomini-uccello dotati di un lungo naso prominente e con piccole ali sulla testa. Usano il ventaglio (hauchiwa) per controllare la lunghezza del proprio naso o per scatenare possenti raffiche di vento. Creature dispettose e vendicative i Tengu sono particolarmente intolleranti con quei soggetti arroganti che abusano di conoscenze e potere per tornaconto personale. Doverosa postilla: incompleto è l’elenco di nomi allegato al Dossier Arroganza.
 
 

Legenda per un delitto (12.09) - Il delitto pone agli investigatori due ordini distinti di quesiti da risolvere. “Dove, come e quando” è stato commesso un delitto. Queste domande richiedono l’esame di reperti e di “tracce” attraverso sofisticate apparecchiature e metodologie analitiche. “Chi e perché” ha commesso il delitto. E’ il punto di approdo di un insieme di indizi e di "concatenazioni logiche" che convergono sulla identità dell’offender. Negli ultimi anni le indagini criminali sono un argomento ricorrente dei palinsesti televisivi e spesso la fiction si sovrappone e si mischia con la cronaca nera. Da circa un decennio anche in Italia la difesa può avvalersi di propri consulenti tecnici e di investigatori privati. Quelli che i media definiscono come “criminologi” sono di norma dei medici ad indirizzo giuridico-psicologico. Utilizzano delle metodologie statistiche per inquadrare, sotto il profilo antropologico e sociale, i diversi fenomeni criminali. Negli anni ’90 l’agente americano John Douglas è stato indiscusso pioniere nell’elaborazione di criminal profiling applicati ai delitti seriali. Studiava la scena e le modalità di esecuzione del delitto al solo scopo di ridurre la lista dei possibili sospetti. Altra cosa è il medico legale, lo esperto di genetica (DNA) o il tossicologo. Altro ancora è il tecnico esperto di balistica, di microscopia elettronica o di informatica. Ruolo tecnico e scientifico (analisi reperti ed informazioni raccolte) che è svolto dal Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS) o dalla Polizia Scientifica. Resta da esaminare l'altro quesito. “Chi è perché” ha commesso il delitto? Doverosa premessa è che l’esito di un’indagine dipende dalla tempestività e dalla corretta modalità di esecuzione del primo sopralluogo sulla scena del delitto. Sherlock Holmes, genio investigativo, era solito ricordare che: quando hai eliminato l'impossibile, qualsiasi cosa resti, per quanto improbabile, deve essere la verità. Solo un’accurata ricerca di riscontri, insieme al controllo degli indizi, porterà alla convalida dell’unica residuale spiegazione logica. Reperire una serie univoca e sufficiente di elementi oggettivi e convergenti è uno scenario investigativo difficilmente riscontrabile. La capacità di trarre conclusioni da una o più premesse date (inferenza) mette alla prova quella dote conosciuta come lo “istinto” dell’investigatore. Se il ragionamento deduttivo non è sostenuto da più che valide premesse, la ricerca di una significativa concatenazione logica deve fare appello ad un processo di abduzione. Partendo dagli elementi disponibili, una volta ipotizzata una “regola” per spiegare il “risultato” dato, si tratta di acquisire, progressivamente, la conferma della fondatezza di quanto ipotizzato. L’istinto investigativo è questa capacità di ipotizzare alcune “regole” e quindi focalizzare l’unica in grado di spiegare compiutamente i fatti osservati. In conclusione. La cronaca di un delitto non può essere assimilata alla trama di una fiction poliziesca. La sua "rappresentazione mediatica" induce per lo più a mere contrapposizioni emotive. Manca una concreta conoscenza delle specificità dell’evento reale. Manca la necessaria “Legenda per un delitto”.

 
 

Il Barbiere e il lupo (10.09) - C’era una volta un tipico villaggio di campagna. Gli abitanti della vicina città conoscevano bene i suoi prodotti genuini, gli scorci incantevoli e gli spazi aperti. Nel villaggio si passava la vita di sempre. C'erano giorni sereni e giorni meno fortunati. Fino a quella mattina del … Furono in molti a vedere il Barbiere correre trafelato lungo la via principale urlando: “Al lupo! Al lupo!”. Raccontò di aver visto, appena fuori del villaggio, un lupo enorme, fulvo di pelo, che era "a caccia di prede". Nel giro di poche settimane più o meno la stessa scena si ripeté più volte. Ormai quasi tutti gli abitanti avevano sentito quel suo urlare disperato: “Al lupo! Al lupo!”. Il Barbiere non perdeva mai l'occasione per descrivere (e non solo ai clienti) ogni particolare dei suoi avvistamenti. Per lui erano la "prova certa" della minaccia che incombeva sull'intero villaggio. Prima il Sarto, poi l’Erborista, poi il Fabbro e poi perfino il Parroco tentarono, ma invano, di tranquillizzare la gente sempre più preoccupata. Finchè arrivò quel giorno fatidico in cui fu vista al balcone la moglie del Macellaio che gridava: “Al lupo! Al lupo!”. Fu allora che il Macellaio decise di impiantare una fila di robusti pali di legno lungo tutto il lato esterno della sua proprietà (ai bordi del villaggio). E strane cose accaddero in seguito. Proprio come la moglie del Macellaio anche altri abitanti (giovani e vecchi) giurarono di aver visto l'enorme lupo. Una volta era di qua ed una volta era di là. Qualcuno si spinse a insinuare che ci doveva essere più di un lupo. Fu subito messo a tacere con un: “Ci vogliono i fatti!” Pian piano aumentava il numero di quelli che si riunivano presso il negozio del Barbiere ad ascoltare il racconto di tante sconvolgenti “esperienze”. Ogni tanto qualcuno si convinceva ad impiantare nuovi pali per proteggere la propria casa minacciata dal fantomatico lupo. Con il passare del tempo i gruppi di pali si moltiplicarono e.. si unirono. Lentamente cresceva una vera e propria “palizzata”. Prima a est, verso il fiume. Poi dalla parte dei frutteti e davanti all'antica Pieve. Infine a sud, giusto all’inizio della strada per la città. A quel punto, perchè la cerchia fosse completa, mancò soltanto il portone. E così fu innalzato un solido portone. La chiave fu consegnata a quel Barbiere che tanto si era dato da fare per la sicurezza della comunità. Il villaggio ora è protetto da una palizzata che corre tutt’intorno. Vero è che niente può più entrare od uscire senza che il Barbiere abbia controllato e deciso di aprire. Come è vero che dalla città arriva meno gente e che comincia a mancare lo spazio per nuove attività. Ma "la palizzata”, per i più, resta l'unica soluzione per vivere al sicuro. Intanto il Barbiere è salito di rango. Si è meritato, per acclamazione, il titolo di "Sommo Baluardo". Svolge il mandato con il massimo rigore. Nel villaggio ci sono ancora quelli che, come il Sarto o l’Erborista, sollevano delle perplessità e danno voce ai rimpianti. Molti di più però sono quelli pronti a ribattere che, da quando esiste "la palizzata” ed il Barbiere è stato eletto "Sommo Baluardo", nessuno ha più visto il terribile lupo.

 
 

Fede, senza miracoli (10.09) - La storia dell’umanità, da sempre e ad ogni latitudine, reca l’impronta dei miracoli (cose meravigliose). Sono gli eventi "eccezionali" ed "inspiegabili" che hanno attraversato i più diversi credi religiosi. Anche antichi storici come Plutarco ed Erodoto hanno registrato numerosi prodigi concernenti il culto. Santuari pagani, come quelli di Epidauro, di Delfi e di Apollo nell’isola tiberina, furono un tempo meta assidua di partecipati pellegrinaggi. I primi padri della Cristianità attribuivano a miraculum mendax (demoniaco) i fenomeni inspiegabili di guarigione, di essudazione di statue, di apparizioni, ecc. testimoniati dai pagani. Nel corso di vari secoli a questa categoria del “miracolo” sono stati ricondotti eventi piuttosto singolari. Dalla vetusta “ostia fritta” di Trani fino al “latte scomparso di Ganesh” (Delhi, 1995). Se i milioni di seguaci di Confucio non si aspettano i prodigi, il libro del Corano, sacro all’Islam, enumera i miracoli scientifici di Maometto. Si dice che la sorgente di Zamzam (Mecca) abbia grandi poteri curativi. Per opera del Buddha i malati guarivano, i ciechi vedevano, i sordi udivano e gli storpi tornavano a camminare eretti. Nella Bibbia degli Ebrei i miracoli sono il “segno” dell’onnipotenza e della benevolenza di Dio. Yitzhak Kaduri, il decano dei rabbini cabalisti, fino al 2006 ha ricevuto intere schiere di donne affette da sterilità e di malati di cancro. Da registrare altresì che non si trova traccia attendibile di una sola "rigenerazione" miracolosa di organi o di arti umani. Cosa quanto meno sorprendente se si considera che la scienza medica già oggi è in grado di rigenerare, in modo compiuto, gli arti di embrioni animali (geni Wnt). La nostra Chiesa Cattolica non impone di credere ai miracoli, ma si limita ad attestarne l’autenticità secondo dottrina. Le attuali norme per la “Causa di Canonizzazione” sono state promulgate (1983) da Giovanni Paolo II che, nei successivi venti anni di Pontificato, ha innalzato alla gloria degli altari 1341 Beati e 482 Santi. Da Agnese di Boemia (1282) a Josemaria Escrivà de Balaguer (1975). Secondo tali norme al Beato deve poter essere attribuito almeno 1 miracolo avvenuto, per sua intercessione, dopo la morte. Per un Santo occorre l’attribuzione di 1 miracolo avvenuto, sempre per intercessione, dopo la sua beatificazione. Più cresce nell’uomo la paura e l’incertezza e più forte diventa in lui il bisogno e l’aspettativa impellente di un cambiamento, anche prodigioso. E’ un connotato incontestabile della natura umana. "Beati quelli che pur non avendo visto credono" è la chiave di una fede "vera". Fede … senza miracoli.